Il nostro tempo è segnato da guerre, crisi economiche, emergenza climatica, disgregazione delle Istituzioni multilaterali e da una digitalizzazione che sfida la governance e accentua le disuguaglianze. Il creato, ferito, mostra segni evidenti di sofferenza: cambiamenti climatici, inquinamento di aria, acqua e suolo, sfruttamento eccessivo delle risorse, consumo insostenibile e crisi ambientale e sociale.
La brama di dominio assoluto dell’uomo sulla natura ha spezzato l’armonia tra uomo, Dio e creato. La cultura dello scarto ha sostituito quella della cura, come ci ricorda Papa Francesco. Ci interroghiamo: che tipo di umanità vogliamo essere? Che mondo lasceremo alle nuove generazioni? Il creato non è solo un ambiente da preservare, ma una relazione da guarire.
In quest’opera, l’artista rappresenta una terra secca e una foresta bruciata. Gli strumenti che un tempo simboleggiavano il progresso – un trattore, un barile, alcuni oggetti sparsi – sono crepati come il terreno che li sosteneva. Il paesaggio arido, pietrificato e solcato da fratture, ospita un trattore ormai corrotto, simbolo della società industriale che consuma e altera la natura. Nulla si muove; il tempo non è più scandito dalla presenza umana. Ciò che rimane sono le tracce di ciò che credevamo di controllare. La ferita non è più portata dai corpi, ma dalla terra stessa: un paesaggio svuotato, fratturato, abbandonato dalle stesse specie che lo hanno sfruttato ed esaurito.